LA STORIA

Qui una volta si vendeva il carbone

Il fuoco in cucina

Vico dei Forni si chiama così per un motivo: qui dentro, fino agli anni Sessanta, c'era la bottega del carbonaio. Mio nonno ci comprava la carbonella; io ci ho comprato i muri. Quando abbiamo tirato giù il controsoffitto è uscita la canna fumaria originale, larga come un tavolo da due. Lì ho capito che questo posto voleva tornare a fare fuoco.

L'osteria ha aperto con un piatto solo — il piccione della domenica di casa Vanni — e ventisei sedie trovate ai mercatini, nessuna uguale all'altra. Non era una scelta di stile: non avevamo i soldi. Poi la gente ha cominciato a chiedere «il tavolo con le sedie verdi», e abbiamo capito che anche le cose storte, se sono vere, diventano affetto.

Oggi siamo in quattro a rispondere di questa casa, ognuno col suo mestiere. Il fuoco resta uno solo: quercia, accesa alle quattro, domata fino a mezzanotte. Il resto — il menù, il trio, il pane della sera — gira tutto attorno a lui.

— Ettore Vanni, l'oste

I tre no che ci tengono in piedi

1
No al gas

In cucina non c'è un fornello. Se un piatto non si può fare col fuoco, non entra in carta. Ci complica la vita ogni giorno, ed è il motivo per cui la gente torna.

2
No alla seconda sala

Ce l'hanno proposta tre volte. Con cinquanta coperti la brace non basta più e si comincia a scaldare, non a cucinare. Ventisei sedie, punto.

3
No al menù fisso

Il menù stampato bello una volta per tutte è comodo. Ma il mercato non è uguale due giorni di fila, e noi nemmeno. Si scrive alle 14, ogni giorno.

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